Il casellario giudiziale è un istituto di vita giuridica vissuta. I trascorsi individuali legalmente rilevanti di una persona vengono iscritti negli archivi disciplinati dal d.P.R. n. 313/2002 e le certificazioni di quanto ivi registrato restituiscono l’immagine giudiziaria di chi si era ieri, di chi si è oggi e di chi potremmo forse essere domani o di che cosa presumibilmente potremmo commettere sulla base di quel che risulta si sia commesso in passato.
In sede giurisdizionale penale, questo istituto è impiegato quotidianamente e risulta funzionale all’applicazione di molti altri istituti, sia sostanziali che processuali. Gli operatori giuridici consultano quindi il casier judiciaire regolarmente nello svolgimento delle rispettive attività; e, nel più generale contesto sociale, le iscrizioni incasellate hanno ricadute significative sui rapporti interpersonali, umani e lavorativi (tanto nel settore pubblico quanto in quello privato).
Nell’era della c.d. Datacrazia, peraltro, la diffusione iperbolica delle informazioni e l’incrocio tra banche dati assicurato dalle nuove tecnologie permettono in un batter d’occhio di combinare algoritmicamente la profilazione delle identità. Da un lato, ciò sembra rassicurante perché in tal modo si inquadra socialmente l’individuo: che viene collocato/schedato in maniera ordinata come appartenente a una certa categoria di soggetti. Dall’altro lato, però, tutto questo è disturbante nella misura in cui si costringe entro classificazioni stabilizzate l’essenza dell’uomo, che è un esistente in continuo divenire. Per giunta, in un sistema costituzionale personalisticamente orientato (in cui vige, tra l’altro, il principio di rieducazione della pena: art. 27 Cost.), è illegittimo non offrire adeguate possibilità di affrancamento dal proprio vissuto giudizialmente marchiato.
La rilevanza ordinamentale che ha la historia iuris di ciascuno di noi, per natura cangiante, in un mondo sempre più digitale e ultra-connesso, è l’oggetto di questa monografia.